Tor Vergata. Imprese, marketing e comunicazione sanno esprimere responsabilità?

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di Eloisa De Felice

Tempo di crisi, tempo di riflessione. Tempo di reinventare se stessi e, perché no, anche mission e vision della propria impresa. Dalla nuova consapevolezza, individuale e societaria, che ne deriva, ci si imbatte in nuove responsabilità. Queste non vanno intese come un freno alla vendita e al guadagno, ma ad un modo per attribuire un valore aggiunto, diverso, al proprio prodotto. I clienti, poi, in un modo o nell’altro, sicuramente, si accorgeranno di tutto questo e troveranno il modo, magari tramite gli strumenti social, di dare un feedback all’impresa. E così il circolo virtuoso prenderà il via!

Comunicazione d’impresa non è solo marketing, ma è anche vero il viceversa. Allo stesso tempo, però, comunicazione, per l’impresa, non è solo etica, ma anche economia. Comunicazione d’impresa è responsabilità sociale e buona gestione. Responsabilità, in definitiva, implica persino solidarietà sociale. Questi i nuovi binomi, inscindibili, sui quali si è dibattuto durante la tavola rotonda organizzata dal “Master in Economia e Gestione della Comunicazione e dei Media” nell’ambito della Settimana delle Scienze della Comunicazione promossa dalla Pastorale Universitaria e dal Corso di Etica di Impresa della Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata.

Perciò, se fino a qualche tempo fa il marketing e la pubblicità sono stati additati come i mali supremi della nostra società globalizzata, oggi si è finalmente andati oltre. Si è compreso che ogni funzione aziendale esiste perché deve fare il suo: una gestione responsabile delle risorse umane, ad esempio, può evitare le morti bianche, un male ancora troppo diffuso in Italia. Inoltre, è necessaria una nuova e più corretta analisi del ruolo del “cliente” all’interno di ciascun mercato di riferimento. Questo così non è più solo un agente passivo da fidelizzare, ma componente attiva in grado di rifiutare lo status quo, come dimostra chiaramente anche la politica e il voto di dissenso raccolto dai maggiori partiti politici, proprio in questi giorni.

Una visione complessa del sistema azienda e della società che va ben oltre il villaggio globale di Marshall McLuhan. Una responsabilità enorme che in quanto tale va oltre il singolo individuo, ma che da questo prende il via. Una responsabilità sociale che non si limita solo al lavoro e all’impresa, ma si amplia anche all’ambiente e ai media, per ripercuotersi poi sulle future generazioni. Si tratta di andare oltre la «paura liquida» di cui parla Zygmunt Bauman, ma di mettersi al lavoro, concretamente. Così come stanno già facendo molte imprese, tra le quali Telecom Italia, Enel e Lottomatica, che non hanno fatto mancare i loro interventi al dibattito intessuto presso l’Università.

Andare oltre la frammentazione, oltre la parcellizzazione, oltre la mitizzazione della tecnologia, oltre la globalizzazione, per recuperare la responsabilità, declinata in tutte le sue forme, sembra, in conclusione, l’unica via veramente percorribile per «costruire un essere uomo che ci consenta di non aver paura, di poter stare in silenzio e di saperlo e saperci ascoltare», come ha tenuto a dire, quasi commossa, Marina Migliorato, Enel, in chiusura del suo intervento.

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