Craxi decretò: “metteteci il Mammuth”

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di Eloisa De Felice

“Ho visto cose…” Così Clemente Mimun intitola la sua autobiografia. Snodandosi fra ironia, analisi e memoria, le pagine della vita professionale e personale di un occhialuto nostrano giornalista, “curioso come una scimmia”, oltre che estremamente caparbio. Ma non solo. Da Pertini, a Berlinguer, passando per Moro, ma anche Tortora, Baudo, la Lazio e Vasco, fino ad arrivare a Prodi, Berlusconi e Monti, la storia più recente e attuale dell’Italia, vista da dietro le quinte.

Lanci d’agenzia, ciclostilo, una vespa sgangherata e un “registratore da quattro soldi” per poi arrivare alla Rai. “Non sapeva neanche il mio nome. Non lo sa tuttora. So solo che incarnai il detto ‘fra i due litiganti il terzo gode’”. Così Craxi lo nomina, nel ’90, capo degli speciali del tg1. Quindi il tg2 e la nascita del Tg5, con Mentana e Sposini. Pochissime le righe in cui la sua vita privata non è vista in chiave giornalistica e viceversa. Le due, legate a doppia mandata, sembrano fuse in una cosa sola, interpretando così il consiglio che gli ripeteva Enzo Biagi, “nonno” come lo chiama affettuosamente lui: “state attenti a non diventare automi”.

Ma anche tanta, o meglio tantissima, critica sia al sistema informativo del nostro Paese e alle sue storture sia a colleghi, volti anche molto noti della nostra televisione. Così Giorgino, la Gruber e la Busi finiscono nel suo mirino, mentre Lucci, Mollica, Mastromauro e Pesciarelli vengono promossi.

Quindi, i politici, raccontati tramite episodi inediti, vissuti in prima persona. In particolare, colpisce Pertini che “intinse gli occhiali nel cappuccino e addentò la brioche completamente asciutta” e quella di Berlusconi che lo chiamò nel ’93 perché non voleva lasciasse Fininvest: “so che lei tiene unito lo spogliatoio. Ci ripensi. Oltretutto oggi ho saputo che sto perdendo anche Gullit”, oppure nel ’94 da Palazzo Ghigi: “Uè Mimun, sono qui. È tutto brutto, vecchio e polveroso. Lei ha la più vaga idea di dove sia la stanza dei bottoni?”.

E infine, la passione, quella vera, per il giornalismo “un lavoro ad alto tasso di responsabilità. Non una gara a chi la spara più grossa. Lavorare con onestà intellettuale e ammettere i propri errori. I fatti contano più delle opinioni e vanno sempre separati tra loro. Curiosi, con il gusto di cercare una notizia in più: è questo il valore aggiunto”.

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