Sangue infetto. La storia di Bruno: trent’anni con l’epatite C in attesa di un risarcimento

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di Lucia Varasano

C’è uno scandalo su cui regna un imbarazzante silenzio e che in Italia vede coinvolti il Ministero della Sanità, diverse case farmaceutiche internazionali e che ancora oggi continua a procurare dolore. E’ più conosciuto come scandalo del sangue infetto, non controllato, che messo in commercio (così come i suoi derivati) negli anni ’80-90 finì per contagiare migliaia di persone con il virus dell’HIV e dell’epatite C. Una di queste vittime è Bruno, 79 anni, abruzzese di nascita romano di adozione. Il suo calvario ha inizio ventotto anni fa quando lavorava al deposito treni di San Lorenzo come manovale. Una moglie, due figli e per arrotondare lo stipendio ogni tanto aiuta un amico a Tor di Valle come parcheggiatore. Tornare indietro a trent’anni fa per Bruno è ormai impossibile e a raccontarci quei giorni è suo figlio Fabio.

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1986 Bruno, di rientro dal suo turno, resta coinvolto in un incidente frontale sulla Via del Mare che gli provoca una “frattura scomposta della diafisi femorale sinistra”. Ricoverato all’Ospedale C. Forlanini ad ottobre dello stesso anno subisce il primo intervento chirurgico ma da quel momento però tutto sarebbe cambiato. Inizia sempre così la storia di una vita spezzata all’improvviso.

Fino ad allora Bruno è un “normale mangiatore, beve un bicchiere di vino durante i pasti, non beve caffè né superalcolici, non fuma” come descritto nelle cartelle cliniche. Anche quando viene ricoverato presso il Policlinico Umberto I, successivamente per delle complicazioni, la visita internistica e cardiologica lo classifica come “soggetto in buone condizioni di salute”. Nessuno avrebbe potuto immaginare che la trasfusione di sangue, necessaria per quell’operazione, lo avrebbe condannato ad un infezione irreversibile evoluta poi in cirrosi epatica. A lavoro Bruno non ha più la forza di prima e i medici stessi non avrebbero potuto pensare che quel senso di stanchezza e quei dolori articolari in realtà fossero i sintomi di un’epatite C (il test immunoenzimatico specifico per la diagnosi è disponibile infatti solo dal 1989).

E’ solo grazie alla legge 210/92 che i danneggiati (dalle trasfusioni e dagli emoderivati e vaccini) cominciano ad essere tutelati legalmente e si vedono riconoscere un indennizzo, ma questo “contributo di solidarietà” è una magra consolazione rispetto al danno subìto. Sullo scandalo del sangue infetto la Procura della Repubblica di Napoli ha aperto un’inchiesta e ha richiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo di Duilio Poggiolini (allora direttore del servizio farmaceutico del ministero) e altri 10 imputati, il processo è ancora in corso e al momento (a distanza di oltre trent’anni) non ha ancora nessun condannato. Per lo Stato i danneggiati sono “fantasmi” e in giro tra reparti e sottoposto a frequenti esami ematochimici Bruno decide dunque di rivolgersi ad un’ associazione romana “I delfini ONLUS”, Associazione Nazionale di Solidarietà ed Assistenza per le persone contagiate da patologie a causa di vaccinazioni o emotrasfusioni.

L’unica cosa accertata finora è la responsabilità del Ministero della Salute per omessa vigilanza e controllo a cui gli infettati possono richiedere il risarcimento del danno biologico e più in generale di quello esistenziale. E’ infatti tutta la vita ad essere totalmente sconvolta. Anche se la trasmissione può avvenire solo se vi è scambio di sangue, muta la condivisione di oggetti come spazzolini, forbicette e rasoi, in tanti decidono di non avere figli, le campagne informative inoltre scarseggiano in quegli anni e non è difficile piombare nell’autoemarginazione e nella depressione.

In questa situazione il risarcimento economico dovrebbe completare di fatto l’ ammissione di responsabilità da parte del Ministero della Salute oltre che la sensazione di aver avuto giustizia, invece, dopo l’entusiasmo iniziale, diverse leggi hanno cambiato le procedure, introdotto altri parametri e nel mezzo sono passate le varie finanziarie e la spending review. Una nuova speranza si è riaccesa nel 2007 quando lo Stato ha deciso di avviare una procedura velocizzata per chiudere i contenziosi con i 7mila infettati in attesa. Bruno è un di questi che ha avviato l’iter ma ad oggi però ancora nessuna risposta, come ci riferisce Teresa Tosi, Presidente dell’Associazione “I delfini”. E mentre la burocrazia è in standby la malattia non aspetta e continua il suo corso.

Bruno non riesce più a parlare ma la prima volta che l’ho incontrato nella sua casa romana batteva i pugni sul suo deambulatore e le lacrime gli rigavano il volto. Oggi, dopo alcuni mesi da quell’incontro, è ricoverato in una clinica per malati terminali e ha raggiunto il quarto stadio della sua malattia che lo sta lentamente spegnendo. E chissà se un giorno -speriamo il più lontano possibile- potrà salutarci con il sorriso di chi ha avuto finalmente giustizia.

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