Sinodo 2015. Il discernimento della vocazione familiare

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sinodo2“Il discernimento della vocazione familiare” è il titolo della seconda parte dell’Instrumentum Laboris presentato lo scorso 23 giugno e che guiderà i lavori della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi in programma per il prossimo ottobre. Vediamone, sinteticamente, di cosa tratta.

Come dichiarato da Papa Francesco nel Discorso in occasione della Veglia di preghiera in preparazione al Sinodo sulla famiglia (4 ottobre 2014), “la condizione decisiva” per “verificare il nostro passo sul terreno delle sfide contemporanee” è “mantenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, sostare nella contemplazione e nell’adorazione del suo volto”. Ciò significa, spiega l’Instrumentum Laboris, mettersi in ascolto della Parola di Dio. Si auspica la lettura delle Sacre Scritture non solo nelle comunità, ma anche in famiglia, sebbene qui si riscontri ancora una certa “mancanza di un contatto più diretto con la Bibbia” (38).

La questione dell’indissolubilità del matrimonio viene intesa non come un “giogo” pesante, bensì come un “dono”. Essa è la risposta al desiderio profondo di un amore “per sempre”. Il documento precisa che “il Vangelo della famiglia offre un ideale di vita che deve tener conto della sensibilità del nostro tempo e delle effettive difficoltà a mantenere gli impegni per sempre” (42). Da qui la necessità di diffondere un annuncio “che dia speranza e che non schiacci”.

Più avanti, al punto 60. (24), si legge che la Chiesa, “pur riconoscendo che per i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede”. Pertanto, come è scritto nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 44, di Papa Bergoglio, “senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno”.

Rispetto e fiducia vicendevoli, accoglienza e gratitudine reciproche, pazienza, perdono. Sono alcune delle virtù proprie della vita matrimoniale che, a detta del pontefice (Udienza generale del 13 maggio 2015), deve essere caratterizzata dalla presenza di tre semplici parole: “permesso?”, “grazie” e “scusa”.

Attingendo alla Genesi e all’Udienza generale del 15 aprile 2015, l’Instrumentum Laboris sostiene che Dio ha impresso la propria immagine e somiglianza non solo nell’uomo e nella donna presi a sé, ma anche nella coppia. “La differenza tra uomo e donna”, afferma Papa Francesco, “non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio”.

La dottrina del matrimonio e della famiglia è stata approfondita dalla Chiesa in diversi documenti: la Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ad esempio, definisce il matrimonio come una “comunità di vita e di amore” (GS, 48) e sottolinea il radicamento in Cristo degli sposi. Altri documenti sono l’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, la Lettera alle famiglie e l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio di San Giovanni Paolo II, le Encicliche Deus Caritas Est e Caritas in Veritate di Benedetto XVI, l’Enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco.

Ritornando al testo base per il Sinodo, si afferma che la famiglia intesa come Chiesa domestica ha una dimensione missionaria e “accresce la propria fede nell’atto di donarla agli altri” (48). È nell’ambito familiare che matura “la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone”, in cui si riflette il mistero della SS. Trinità (58. (23)). Si esprime inoltre l’urgenza che “le famiglie cristiane riscoprano la chiamata a testimoniare il Vangelo con la vita senza nascondere ciò in cui credono” (48).

Dono non è soltanto l’indissolubilità del matrimonio, ma anche il fatto stesso di contrarre il sacramento nuziale, poiché sposarsi non è un dovere, “qualcosa di già dato sin dall’inizio”, bensì è “un passo da maturare e una meta da raggiungere” (61).

Nei confronti delle persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziate e risposate o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa “aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro”. Riguardo le coppie in difficoltà si raccomanda alla comunità cristiana di mostrarsi “accogliente”, così come la Chiesa si affianca ai coniugi a rischio di separazione per far riscoprire loro la bellezza della vita coniugale. Laddove la rottura risulti inevitabile, si afferma che la Chiesa “sente il dovere di accompagnare questo momento di sofferenza”.

Suscita apprensione la sfiducia con cui tanti giovani guardano all’impegno coniugale. Molti, poi, sono i fedeli che precipitosamente “decidono di porre fine al vincolo assunto, instaurandone un altro” (64. (24)). A loro va riservata, distinguendo le varie situazioni, “un’attenzione pastorale misericordiosa e incoraggiante” (64. (24)).

In conclusione, conformemente allo sguardo misericordioso di Gesù, si dichiara che “la Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza” (67. (28)).

 

(Di Laura Guadalupi)

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