Il Cammino per Santiago, il film
Trasmesso da Rai Movie, il film con un’impeccabile interpretazione di Martin Sheen viaggia sulla strada del ricordo verso il futuro
Un padre e un figlio separati dall’incomunicabilità. Il figlio decide di lasciare il dottorato perché vuole vivere, scoprire il mondo. Intraprende il Cammino di Santiago, muore alla prima tappa colto da una tempesta sui Pirenei. All’incomprensione si somma la perdita irreversibile di ogni possibilità di recuperare il rapporto.
Tom, affermato oculista americano, inizia allora quel Cammino che il figlio Daniel non è riuscito a compiere. Porta con sé la cassetta con le ceneri, che sparge un po’ lungo il tragitto.
Questo l’incipit di un film di qualche anno fa trasmesso sul canale Rai Movie la scorsa settimana. Tratto dal libro “Off the road” di Jack Hitt, “Il Cammino per Santiago” (The Way) è un lungometraggio scritto e diretto da Emilio Estévez nel ruolo di Daniel, mentre il padre (anche nella realtà) è Martin Sheen.
La fotografia è un respiro all’aria aperta, solo che Tom è in apnea. Ha fretta di arrivare alla meta, il rosa del crepuscolo non lo vede nemmeno, lui che della vista ha fatto la sua professione. Si sente perduto, Lost, come la canzone dei Coldplay che accompagna i suoi primi passi incerti. È chiuso nel silenzio anche quando incontra i compagni di viaggio: un olandese, una donna canadese e un irlandese.
Perché si trovano su quel Cammino? Tom semplicemente non risponde. L’olandese dice di voler dimagrire, la donna di voler smettere di fumare. L’irlandese, Jack, ha il blocco dello scrittore. È finito nel vicolo cieco dell’autoreferenzialità che ha reso le sue parole inutili perché svuotate della passione che le tiene insieme e conferisce loro credibilità.
Nonostante il titolo del film e l’ambientazione, nessuno palesa motivi religiosi dietro la decisione di intraprendere il pellegrinaggio. L’oculista si dichiara cattolico non praticante, eppure quando a Burgos rincontrerà un sacerdote che qualche tappa prima gli aveva regalato un rosario dirà: “Mi è stato utile”.

I protagonisti si assomigliano nella misura in cui ognuno adotta dei meccanismi di difesa per tenere l’altro a distanza e non farlo entrare nel proprio dolore, che per tutti ha il nome dell’assenza: quella di un figlio perso o mai nato, la mancanza di amore di sé o dell’ascolto del prossimo.
All’inizio dell’avventura i quattro sono delle solitudini che camminano disordinatamente attraverso la selva oscura del proprio smarrimento alla ricerca della diritta via. Non sanno ancora di coltivare il seme dell’amicizia e di aver bisogno l’uno dell’altro. Lo capiranno poco alla volta, a partire da uno scontro verbale che porterà al rafforzamento dei legami. Da quel momento saranno un gruppo che cammina insieme. Rallentati i ritmi e allentate le tensioni, ciascuno troverà la propria meta dentro sé, mentre quella esteriore sarà un obiettivo comune, scritto in uno scambio di sguardi complici piuttosto che tra le pagine di una guida.
Il mero dividere un tratto di strada diventa gradualmente condividere un pezzo di vita, così Jack vorrebbe raccontare nel suo libro la storia di Tom e del figlio. Daniel non è una cassetta con le ceneri, è la presenza che accompagna il padre lungo il cammino per dargli coraggio, quasi in un’inversione di ruolo. Invitato dallo scrittore, dopo alcune resistenze l’oculista decide di spargere per strada non soltanto un pugno di polvere, bensì il contenuto della cassetta più ermetica da aprire: quella dei ricordi. Accetta di parlare. Jack prende appunti, tace. In silenzio per ascoltare l’altro, torna a sentire la passione per la narrazione. Non è più uno “scrittore che ha perduto la strada”, ha superato il blocco.
E gli altri troveranno la via per far pace con se stessi?
Arrivati a Santiago ognuno ammetterà la ragione vera del pellegrinaggio, ma sarà sulle sponde dell’Oceano, dove ogni inquadratura canta la libertà, che quella verità si manifesterà con una presa di coscienza e stimolo per dare una svolta alla propria vita.
Di fronte alla bellezza delle onde Jack dirà: “Gli scrittori vogliono sempre l’ultima parola, ma questo…”. Lascia la frase in sospeso, il miglior modo per completarla.
Di contro Tom si libererà del peso delle parole non dette, che pesano come vita non vissuta. Conoscerà il sollievo di buttarle fuori, perché non è mai troppo tardi per riconciliarsi con il passato e cambiare rotta. Aprirsi al ricordo di Daniel, raccontare di lui, gli ha permesso di tenerlo in vita e di capirlo come mai, in vita, era riuscito a fare.
(di Laura Guadalupi)