“La paranza dei bambini”, quel talento negato dalla criminalità
Napoli, terra in cui i paranzini crescono troppo in fretta, sostituendo le armi ai giocattoli. Dove la voglia di riscatto fa a pugni con l’omertà
Nuovo Teatro Sanità. Siamo nel cuore di Napoli, celebre per i film di Totò e per i fatti di Camorra. Terra di mafia e di bellezza, dove le armi sostituiscono i giocattoli, dove l’omertà fa a pugni con la voglia di riscatto.
Il Rione Sanità torna ad essere protagonista di una messa in scena, una sorta di “teatro nel teatro”, finzione al quadrato, il cui risultato finale però non è l’immaginazione ma la rappresentazione della realtà. Come in un gioco di specchi che ci restituisce crudelmente anche quello che, a volte, non vogliamo vedere.
“La paranza dei bambini”, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (Feltrinelli, 2016) , indica nel gergo della malavita i giovani criminali, pesci talmente piccoli da essere catturati da una rete, cotti e mangiati. All’istante. Lo spettacolo, nato dal progetto di alcuni giovani attori diretti dal regista Mario Gelardi, è andato in scena l’1 e 2 luglio al Festival di Spoleto, dopo l’esordio a Napoli lo scorso aprile. E già si pensa a fare della paranza un film per il grande schermo.
“La paranza” parla senza mezzi termini della criminalità minorile, fenomeno di una società perversa che esiste ancora oggi nell’era dei social network e muta linguaggio al mutare dei tempi. Un fenomeno non relegato soltanto alla Campania o al Sud Italia e che grida la voglia di raccontare futuri diversi, lontani dalle mafie. Grido che le istituzioni devono sforzarsi di ascoltare perché una società senza tessuto economico, dove prevale la dispersione scolastica e l’obiettivo è “tirare a campare”, non è degna di essere chiamata società.
“Quello che è successo, ed è drammaticamente interessante, è che si è creato uno spazio in cui le paranze sono riuscite a dominare, ragazzi piccolissimi dai 10 ai 19-20 anni. Sfruttando le famiglie in crisi per le collaborazioni con la giustizia, la repressione, gli arresti dei vecchi capi, hanno iniziato ad appaltare ai giovani il controllo violentissimo del territorio, vicolo per vicolo, gestendo le piazze di spaccio, tenendo i contatti con i fornitori di coca” dichiara Roberto Saviano in un’intervista a Repubblica.
“La cosa che più mi ha fatto soffrire”, spiega ancora lo scrittore “è che spesso sono ragazzi di talento, perfino geniali. Gestire una piazza di spaccio, vuol dire tenere a bada costi, orari di lavoro, presidi di sicurezza, corruzione, percentuali. Immaginate se ci fosse stato un paese in grado di far scegliere loro la strada della legalità. Quanto talento sprecato”.
(di Anna Piscopo)