Due anni senza Giovanni Lo Porto, ancora silenzio sul rapimento del cooperante

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di Azzurra Petrungaro 

19 gennaio 2012. Giovanni Lo Porto, capo progetto per l’organizzazione non governativa Welthungerhilfe, viene rapito a Multan, nella provincia del Punjab, insieme al collega Bernd Muehlenbeck. I cooperanti si trovano nel Pakistan meridionale per soccorrere la popolazione colpita da alluvioni devastanti. Il 36enne italiano e il 59enne tedesco vengono sequestrati da quattro uomini a volto coperto e sotto l’intimidazione delle armi sono costretti a salire su un’automobile dopo aver dovuto indossare il Shalwar Kameez, abito nazionale del Pakistan. Nessuno rivendicherà il loro rapimento.

Chi è Giovanni Lo Porto. Oggi 38enne, il siciliano cooperante in Pakistan ha alle spalle una stratificata competenza. Laureatosi a Londra in cooperazione internazionale si specializza in Giappone, acquisisce esperienza in situazioni di reale crisi: prima nella Repubblica Centro Africana e poi a Haiti, per giungere nel Punjab nel 2010 dove opera per la ricostruzione post-terremoto e alluvioni, fino al giorno del suo sequestro.

Notizie sul rapimento. L’unica comunicazione avvenuta risale al dicembre 2012, un breve filmatoin cui appare Muehlenbeck: «Ora siamo in difficoltà. Per favore accogliete le richieste dei mujahidin. Possono ucciderci in qualsiasi momento. Non sappiamo quando. Può essere oggi, domani o tra tre giorni». Nessuna traccia di Lo Porto nel video, ma l’uso del plurale del cooperante tedesco, in quei giorni ha fatto ben sperare. Da quel momento più nulla.

La situazione oggi. Dopo due anni esatti non c’è nessuna nuova informazione circa il sequestro Lo Porto-Muehlenbeck. Pietro Barbieri, presidente del Forum nazionale Terzo Settore (organo che raccoglie tutte le ong italiane) afferma: «Per quello che sappiamo non è stata intavolata alcuna trattativa, ma soprattutto non si sa nemmeno chi tenga prigioniero il nostro collega». L’appello del consiglio arriva dopo due anni di silenzio, rispettato per agevolare eventuali trattative, ma visti i risultati inesistenti i colleghi di Lo Porto hanno deciso di mobilitarsi.

Le iniziative. A due anni esatti dal rapimento appare in Rete un video che raccoglie numerosissime dimostrazioni di solidarietà verso Giovanni, oltre all’affetto dei suoi amici e colleghi. Quasi 50mila persone da ogni parte del mondo hanno aderito alla campagna lanciata da Change.org che risponde all’ashtag di #vogliamogiovannilibero caricando online ogni tipo di contenuto multimediale utile e mostrare sostegno verso il cooperante italiano rapito. Verrà pubblicata ogni giorno una foto, scelta tra le migliaia che stanno arrivando in queste ore per tenere alta l’attenzione sulla vicenda. Inoltre New Free Italy ha aperto una pagina Facebook  «Giovanni Lo Porto Day».

Nell’attesa e nella speranza che queste iniziative conducano a degli effettivi riscontri ci si chiede in che modo stia operando il Governo tedesco e quali siano le informazioni utili a sua disposizione, per riportare a casa Muehlenbeck come Lo Porto. La Farnesina intanto fa sapere che la mancanza di notizie non deve essere confusa con immobilismo e che si continua a lavorare per cercare Giovanni. È quello che chiedono tutti a gran voce, è quello che si augura la famiglia Lo Porto che in questa vicenda viene supportata da tutti i colleghi di Giovanni dato che secondo le parole di Pietro Barbieri:«Quella di Giovanni è una famiglia semplice, senza legami e contatti; conosceva appena il lavoro in cui era impegnato il figlio. Ma non è in grado di lanciare una campagna, di tenere alta l’attenzione». Per questo è ancora più importante la collaborazione costante del Governo e dei cittadini, per fare in modo che non vi siano sequestri di serie A e di serie B.

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